mOrphosis. Sun Tower


La Sun Tower, una torre di dieci piani progettata dallo studio californiano Morphosis, sorge nel centro di Seul, sfaccettata megalopoli del continente asiatico, caratterizzata da una delle piu' elevate densita' abitative a livello mondiale.

Il cliente, un'azienda internazionale operante nel settore dell'abbigliamento, era alla ricerca di un'immagine giovanile e sofisticata per la propria sede centrale. I requisiti di base erano quelli di creare, con un budget ristretto e l'esplicita esigenza di massimizzare la volumetria edificabile, spazi per la vendita e gli uffici dell'azienda stessa.

Il paesaggio urbano che contraddistingue l'area di progetto e' caratterizzato da una densa edificazione nella quale convivono una serie di edifici commerciali di due piani, la EWHA University, la maggiore universita' femminile coreana, e una stazione ferroviaria. La Sun Tower emerge come elemento ben identificabile nel profilo della citta', privo di particolari momenti creativi o edifici di spiccata qualita' progettuale.

Il lotto di 400 metri quadrati e' diviso tra due proprietari che insieme hanno deciso di edificare il terreno con una struttura unitaria. L'edificio, pensato inizialmente con una tipologia a torre, viene da Morphosis ripensato sia in pianta che in alzato: il gesto iniziale e' quello di dividere verticalmente il volume, inserendo tra i due corpi uno spazio pubblico di 12 metri per 4. Questa dualita' (che tra l'altro scaturisce da prescrizioni del regolamento edilizio locale che prevedono che 25% del lotto venga lasciato inedificato) costituisce il motivo di fondo dell'intero progetto. L'altezza di dieci piani, che rapportata alle dimensioni della pianta e sviluppata in un singolo volume sarebbe stata percepita come un corpo tozzo e mal proporzionato, viene invece assegnata a due corpi tra loro apparentemente indipendenti che, visti dalla strada, appaiono longilinei e delicati.

L'ambiguo e multivalente spazio intermedio segna il confine tra le due proprieta': il volume cuneiforme tra i due corpi contiene la zona di ingresso al piano terreno e su di esso si affacciano gli impianti di collegamento verticale che rendono massima la dinamicita' di questo spazio. Il mondo esterno, inteso come luce e fenomeni metereologici, penetra in profondita' nella torre attraverso il vuoto che taglia verticalmente l'intero volume architettonico Al rigore dell'impianto planimetrico, controllato dalla figura del quadrato e rispondente ad esigenze di ordine funzionale ed a requisiti urbanistici, l'edificio contrappone nei prospetti una composizione irregolare caratterizzata da linee spezzate, che danno all'insieme una forte espressivita'.

Il tema progettuale dominante si basa sul concetto del doppio involucro e della separazione tra il corpo e il rivestimento, il primo con le sue esigenze di ordine programmatico e il secondo con le sue esigenze di ordine formale. Il riferimento per il rivestimento sono le opere di Jim Dine, artista americano famoso soprattutto per i suoi dipinti di vestiti. Nella sua opera del 1964 dal titolo Vestaglia Autoritratto, la vestaglia, pur nella palese assenza di un corpo umano al suo interno, viene offerta come simbolo dell'identita' dell'artista. Nel caso del progetto di Morphosis, l'involucro e' costituito da piani in metallo traforato definiti da una complessa geometria di composizione irregolare ottenuta con elaborazione al computer; questi piani, accostati secondo una logica frammentaria, costituiscono appunto il rivestimento esterno dell'edificio, scostato di 20 centimetri dal nucleo opaco centrale in cemento armato e da questo "indossato", quasi si trattasse di un vestito.

Il rivestimento esterno segue quindi un proprio andamento e genera un volume piu' ampio del corpo opaco centrale, dando vita ad uno spazio intermedio. E' come una seconda pelle che, svincolata dalle esigenze pragmatiche che le facciate degli edifici devono in genere assecondare, risponde in maniera astratta e poetica ad altre forze: all'interno svolge la funzione di brise-soleil e si adatta facilmente alle esigenze di soleggiamento, diverse per ogni lato dell'edificio; all'esterno, questa pelle traslucida si ripiega su se stessa e avvolge la torre fino alla sua sommita', rivestendo gli uffici, posti nell'attico, con una serie di travature alte tre piani che racchiudono gli impianti tecnici. La sintassi compositiva della facciata viene quindi modulata in altezza e ricorda il tipo di articolazione del linguaggio architettonico sviluppato da Louis Sullivan per le strutture multipiano.

Lo spazio interstiziale, compreso tra la superficie del corpo e quella della pelle, permette di modificare l'aspetto dell'edificio a seconda delle diverse condizioni di luce. Si viene cosi' a creare una multipla leggibilita' visiva dell'edificio dal momento che questo non si offre alla stasi contemplativa, bensi' sollecita nell'osservatore una ricerca di una continua variazione del punto di vista.

L'edificio e le sue doti di trasparenza e riflettivita' appaiono sempre mutevoli all'osservatore a seconda della sua posizione e della posizione del sole nel cielo. La superficie diafana fa perdere la chiara distinzione fra nucleo centrale e rivestimento e fa scaturire un'ambigua relazione tra questi due elementi compositivi. Di notte si verifica l'opposta condizione e l'edificio si illumina dall'interno, trasformandosi in un'enorme billboard di luci e ombre.

La sommita' dell'edificio e' una sorta di diafana corona di metallo traforato e ripiegato che non ha alcuna specifica funzione se non quella di completare la torre con un elemento scultoreo. Sotto determinate condizioni di luce questa parte dell'edificio sembra quasi dissolversi progressivamente nel cielo. Si viene cosi' a comprendere il significato di questa scultura astratta che, sviluppandosi per ben tre piani al di sopra della copertura vera e propria dell'edificio, vorrebbe simbolicamente dissolvere le forze economiche che gestiscono la citta', dalla quale la torre emerge regalando a quest'ultima un elemento gratuitamente bellissimo.




articolo pubblicato su:
"Domus" n. 820, Nov. 1999, pp. 10-17.